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06 Feb 2016

AIUTARE LA TUNISIA PER AIUTARE L’ITALIA E L’EUROPA

La Tunisia, il paese mediterraneo più vicino all’Italia, è oggi in bilico tra rafforzamento del processo democratico e destabilizzazione con prevedibili e devastanti conseguenze su migrazioni e terrorismo. Investire sulla Tunisia e i paesi limitrofi è investire sul nostro futuro di stabilità e di pace. Un tracollo della Tunisia metterebbe infatti a rischio la stessa sicurezza e stabilità in Italia e in Europa, e non sarà a costo zero. La via che le Ong di ‘Link 2007’ propongono è quella della costituzione, in tempi rapidi, di uno speciale Fondo internazionale formato da contributi della Commissione europea, degli Stati membri, di tutti i paesi interessati, delle Istituzioni finanziarie e di sviluppo europee e internazionali, comprese quelle arabe e islamiche, prendendo in considerazione la Tunisia insieme ai due paesi confinanti, Libia e Algeria. L’Italia dovrebbe farsi promotrice di questo ‘piano Marshall’. Per la sola Tunisia servirà un programma pluriennale indirizzato agli investimenti in infrastrutture e servizi pubblici, un programma di riforme strutturali e un programma di inclusione economica e sociale a breve termine mirato alle fasce e alle regioni più bisognose. Lo scopo finale dei tre programmi sarà quello di restringere la forbice delle disuguaglianze che pesano in particolare sulle regioni interne e le periferie urbane degradate, di ridurre drasticamente la disoccupazione e di attrarre nuovi capitali e investitori esterni. Sarà decisivo trovate le modalità perché l’efficacia del piano non possa essere annullata o rallentata dalla pesantezza della burocrazia e dalla dilagante corruzione. Senza interventi significativi la Tunisia potrebbe vivere una nuova rivoluzione: forse distruttiva e rischiosa per tutta l’area euro-mediterranea.

  1. Kasserine, cinque anni dopo Sidi Bouzid

Nella sala riunioni del governatorato di Kasserine, 280 km a sud di Tunisi e non lontano dal confine algerino, il trentenne laureato in fisica Chaouki si è incatenato con un cartello al petto: “la chiave è il lavoro”. Contava su un impiego pubblico perché “qui non ci sono investimenti privati e non ho i mezzi per aprire una mia attività”. Un altro disoccupato ventottenne, Hamza Hizi, esprime il pessimismo di molti: “credevo che la rivoluzione ci avrebbe dato la speranza di trovare un lavoro dignitoso, non avrei mai pensato di chiedere oggi le stesse cose di cinque anni fa”.

Allora fu l’immolazione di Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di Sidi Bouzid, ad innescare la scintilla della ribellione che portò alla fuga del presidente Ben Ali dopo 23 anni di potere: si è dato fuoco a fine dicembre 2010 per protestare contro le estorsioni di denaro e gli abusi della polizia.

Nel gennaio 2016 è stato un altro evento traumatico ad innescare la protesta.

Il ventottenne Ridha Yahyaoui si era iscritto alla lista per un lavoro nel pubblico impiego. Quando ha visto scomparire il suo nome ha reagito all’arbitrarietà dei funzionari e alla corruzione che l‘alimenta salendo su un palo elettrico per manifestare la propria rabbia. Ne è rimasto fulminato e da Kasserine la rivolta ha raggiunto presto diverse città dell’interno e i quartieri popolari di Tunisi, con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, presto sedati, anche per non lascare spazio ad infiltrazioni terroristiche.

Restano però vive e allarmanti le rivendicazioni: lavoro dignitoso e fine della precarietà, delle discriminazioni, delle smisurate disuguaglianze, dei privilegi e degli abusi.

Sono le stesse di cinque anni fa.

Il processo di democratizzazione, pur con difficoltà, rimane un modello per gli altri paesi arabi, tanto da far assegnare il premio Nobel per la pace al ‘Quartetto per il dialogo nazionale tunisino’, costituito da quattro organizzazioni della società civile che hanno saputo creare consenso e unità nell’evoluzione democratica. Il 2014 ha segnato la fine dei quattro anni di transizione politica con il completamento dei processi costituzionale ed elettorale.

Ma la situazione socio-economica è andata peggiorando di anno in anno, anche a causa della pesantezza opprimente della burocrazia e della dilagante corruzione. Gravi sono le ripercussioni sulla vita delle persone e continue le frustrazioni, talvolta sfruttate dal reclutamento terroristico che in esse ha trovato un fertile terreno.

La Tunisia fornisce infatti allo Stato islamico il gruppo più numeroso di giovani combattenti: 6.000, secondo l’ultimo rapporto del Soufan Group. A spingerli non sono normalmente motivazioni di tipo religioso ma la ricerca di un’alternativa al disagio economico e sociale. Non a caso i militanti vengono soprattutto dalle regioni meno favorite.

  1. La situazione è rimasta esplosiva

Per il presidente del Forum tunisino per i diritti economici e sociali, Abderrahman Hedhili, le proteste erano prevedibili: “abbiamo segnalato che la situazione sociale sarebbe esplosa; l’esclusione sociale e le disparità regionali sono pesanti ma il governo non è riuscito a definire strategie e programmi per le regioni interne”. Il 15% della popolazione è disoccupata. La percentuale sale al 25% in regioni periferiche come quella di Kasserine e a tassi ben superiori per i giovani. Spesso il lavoro è legato ad intermediazioni corruttive. La situazione è ulteriormente peggiorata a causa degli attacchi terroristici del 2015 contro obiettivi turistici quali il museo del Bardo a Tunisi e il resort di Susa (Sousse): l’industria turistica con i suoi 400 mila lavoratori è stata pesantemente colpita.

Le regioni costiere sono le più sviluppate: investimenti pubblici e privati si sono susseguiti nel tempo, anche per favorire il turismo, e in esse è localizzato l’80% delle industrie tunisine. Buono è quindi, in esse, il tasso di occupazione e di reddito medio. Nei governatorati centro meridionali lontani dalla costa, invece, la gente si sente abbandonata per la mancanza di investimenti produttivi e di servizi, dai trasporti ai servizi essenziali come l’acqua, la salute, l’istruzione.

Il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha detto di capire le ragioni e le proteste dei manifestanti: “Non c’è dignità senza lavoro. Non si può chiedere di essere paziente a qualcuno che non ha nulla da mangiare”. La risposta continua però ad essere inadeguata, finalizzata soprattutto a placare gli animi. Anche il recente piano straordinario del primo ministro Habib Essid con 10 provvedimenti di urgenza finalizzati alla creazione di 23.000 posti di lavoro pubblici nel primo trimestre 2016 e ad altri rilevanti provvedimenti sembra difficilmente realizzabile nel breve tempo previsto.

  1. La realtà e le crescenti difficoltà

La realtà è che lo Stato non ha i fondi necessari per potere impegnarsi in un piano di sviluppo per creare lavoro e servizi essenziali. La mancanza di investitori, l’instabilità politica, il terrorismo stanno bloccando il paese costretto a contare, più che mai, sull’aiuto esterno. Come si dirà più avanti, servirebbe un ‘piano Marshall’ decennale, con obiettivi anche a breve termine, per lanciare gli investimenti necessari. Un piano coordinato e finalizzato in particolare allo sviluppo delle aree più depresse, all’occupazione e alla lotta alla corruzione. L’Europa, per la vicinanza e i legami storici, deve riuscire ad intervenire presto, molto di più rispetto al passato. Impegni limitati a qualche centinaia di milioni, spesso ripartiti su più anni, non corrispondono alla gravità della situazione e dei bisogni.

La democrazia tunisina è reale, radicata, la sola ad essere sopravvissuta alle ‘primavere arabe’. Se sparisse o se cadesse sotto l’influenza di paesi spinti da valori lontani da quelli su cui è basata la nostra convivenza o di movimenti terroristici, la responsabilità non sarà solo del governo tunisino. L’esperienza della Tunisia è importante anche perché rappresenta la sintesi tra i valori occidentali e i valori islamici. Non si possono conservare i valori delle rivoluzioni e la democrazia solo con riconoscimenti internazionali, incontri, convegni, parole di amicizia e vicinanza.

“La libertà c’è ma manca il pane” si sente ripetere in tutto il paese. Le ‘rivolte del pane’ rischiano di ripetersi ciclicamente, con conseguenze facilmente prevedibili. Occorre investire sulla Tunisia, con una cooperazione duratura, con una visione e una strategia di lungo periodo, con fondi strutturali e ampi investimenti nelle regioni più arretrate, favorendo l’occupazione e l’equità sociale e tra le regioni.

Un paese che è riuscito a gestire con successo e in modo democratico la rivoluzione del 2011 doveva essere aiutato subito con ingenti risorse e continuare ad essere sostenuto senza interruzione. Nell’interesse del consolidamento del processo democratico tunisino ma anche nel nostro stesso interesse, italiano ed europeo. Una grave crisi in Tunisia potrebbe avere conseguenze deleterie anche per noi. L’impegno per la Tunisia è un impegno per noi stessi e la nostra stabilità.

  1. Gli insufficienti aiuti esterni

Gli aiuti esterni ci sono. Pur con risultati positivi e parziali miglioramenti, non arrivano però ad avere l’ampiezza, l’intensità e l’efficacia richieste dalla situazione. Sono aiuti bilaterali, sotto forma di prestiti e di doni, dell’Ue e dei singoli stati membri (quelli di Francia, Germania e Italia i più consistenti), oltre che degli Usa, del Qatar e altri paesi con impegni più limitati. E aiuti delle istituzioni finanziarie quali: Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca africana per lo sviluppo, Banca europea per gli investimenti, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Fondo arabo per lo sviluppo economico e sociale. Si tratta normalmente di programmi pluriennali, alcuni dei quali con severe condizionalità in merito all’attuazione delle riforme strutturali.

I crediti e i doni messi a disposizione possono sembrare consistenti, date le cifre impegnate, come si può vedere nella tabella in calce. Tutto porta a pensare, però, che non siano né sufficienti e né gestiti, nell’insieme, in modo appropriato perché scoordinati tra di loro e con progetti che rispecchiano spesso frammentarietà, sovrapposizioni e mancanza di una scala complessiva di priorità. Per superare questo secondo limite era stato previsto, a partire dal 2016, un coordinamento fra i donatori bilaterali più strutturato, tramite l’introduzione della programmazione operativa congiunta, insieme al governo, a cadenza regolare. Finora hanno però prevalso le difficoltà nelle relazioni tra donatori e nulla è ancora partito.

Di fronte alla quantità e pluralità dei bisogni rimane comunque l’inadeguatezza dei pur importanti aiuti: sarebbe necessaria una rivoluzione culturale dei donatori, prima che essa possa venire imposta da eventi traumatici esterni. Sollecitiamo i decisori politici ad avere una visione non limitata a tamponare esigenze e preoccupazioni immediate ma aperta alla costruzione di un futuro di pace e di prosperità che richiede decisioni lungimiranti e coraggiose.

La Tunisia è chiamata a un profondo cambiamento dei rapporti socio-economici tra le diverse classi sociali e tra le regioni. Come si è detto, le questioni della disoccupazione e delle disparità sociali e regionali sono cruciali. Non poche regioni, e la stessa periferia di Tunisi, sono emarginate, con scarsi servizi di trasporti, acqua potabile, elettricità, istruzione, attività culturali. Il tasso di povertà delle regioni interne è tre volte superiore a quello delle regioni costiere, mentre per molti giovani l’occupazione, quando c’è, si riduce al commercio ambulante o alla precarietà del lavoro nero, nonostante il livello medio di istruzione piuttosto elevato.

Lavoro nero, evasioni e frodi fiscali, riciclaggio, corruzione sono indicati come i mali da estirpare perché infettano le istituzioni e l’economia, scoraggiano i cittadini e finiscono per alimentare il terrorismo. A cinque anni dalla rivoluzione molti chiedono un nuovo patto sociale basato su criteri di giustizia e di efficacia con al centro la legalità, la riduzione delle disuguaglianze, l’occupazione, gli investimenti, il corretto uso della spesa pubblica, la lotta alla corruzione.

Gli investimenti pubblici, e ora anche quelli privati date la recente percezione di insicurezza, sono minimi. Il Pil nel 2014 è stato stimato pari a 45 miliardi di €. Con il 13% assorbito dai salari, la Tunisia consacra una grande percentuale di Pil alle spese di gestione a scapito della spesa per gli investimenti che non supera il 10,5%, una percentuale alquanto bassa. Il reddito medio annuo pro capite è stato nel 2014 di circa 4.000 €. Ciò significa che esiste una parte della popolazione che sopravvive con redditi minimi anche inferiori a 1.000 euro annui.

Gli attuali aiuti dell’UE e degli Stati membri possono essere stimati a circa 1 miliardo di euro all’anno. Una cifra che sembra consistente ma che corrisponde allo 0,007% del Pil europeo, 7 centomillesimi. L’Italia sta facendo la sua parte, nonostante le ancora limitate risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo (complessivamente 0,18% del Pil): al programma bilaterale complessivo di circa 300 milioni di euro, con impegni in corso, si sono aggiunti nel gennaio 2016 altri 5 milioni per interventi con la Fao nelle aree rurali.

Buona parte degli aiuti bilaterali è destinata a sostenere il bilancio dello Stato pressato da un pesante debito. Lo stesso vale per i 10 miliardi da parte di banche e fondi multilaterali che, con gravosi condizionamenti, sostengono pluriennali riforme governative. Non si tratta certo di quel ‘piano Marshall’ che da più parti è stato sollecitato per rafforzare e rendere sicuro il processo di transizione tunisino.

  1. L’urgenza di un Fondo internazionale per la Tunisia e il nostro interesse

La via da seguire può essere quella della costituzione di uno speciale Trust Fund composto da contributi della Commissione europea, degli Stati membri, di tutti i paesi interessati, delle Istituzioni finanziarie e di sviluppo europee e internazionali, comprese quelle arabe e islamiche.

L’Italia dovrebbe farsene promotrice.

Occorrerebbe prendere in considerazione la Tunisia insieme ai due paesi confinanti, Libia e Algeria.

Per la sola Tunisia servirà un programma decennale indirizzato agli investimenti in infrastrutture, servizi pubblici e attrezzature, un programma di riforme strutturali e un programma di inclusione economica e sociale a breve termine e a forte impatto mirato alle fasce e alle regioni più bisognose. Lo scopo finale dei tre programmi, valutabili in circa 40 miliardi di euro nei dieci anni, dovrà essere quello di restringere definitivamente la forbice delle disuguaglianze che pesano in particolare sulle popolazioni delle regioni interne e delle periferie urbane degradate, di ridurre drasticamente la disoccupazione e dare speranza alle giovani generazioni, attirare nuovi capitali e investitori esterni, stabilendo solidi rapporti tra le due sponde mediterranee, a reciproco interesse.

Formazione, educazione, scuole, università, cultura, infrastrutture, servizi essenziali di base quali acqua potabile e salute, abitazioni sociali, porti, trasporti stradali e ferroviari, agricoltura, irrigazione, lotta alla desertificazione, industria manifatturiera, elettricità, energie rinnovabili sono alcuni tra i principali settori di intervento.

Il governo tunisino dovrà, dal canto suo, valutandone le modalità anche con l’aiuto delle istituzioni incaricate di gestire e rendere efficace il Trust Fund, individuare quegli interventi e quei severi e innovativi provvedimenti amministrativi, deleghe di responsabilità, forme di decentramento e quant’altro sarà necessario per garantire, nella massima trasparenza, l’efficacia del piano.

Accanto alla programmazione ordinaria, quella definita annualmente dalla legge di bilancio della Tunisia, dovrebbe essere pensata una programmazione straordinaria, extra-bilancio, da concordarsi tra Governo, Quartetto (in quanto espressione della società civile e garante del processo democratico) e Presidenza della Repubblica da porre al finanziamento del Trust Fund.

Il Fondo potrebbe ispirarsi ad esperienze in atto con metodi decisionali innovativi. Da esse si potrebbe ricavare un appropriato sistema di governance.

A titolo esemplificativo avanziamo un’ipotesi. La strategia di insieme viene definita da un Consiglio strategico presieduto dal contribuente principale, la Commissione europea, affiancata dal Governo tunisino e composto da rappresentanti delle Istituzioni finanziarie e di sviluppo internazionali e degli Stati membri e non europei che hanno contribuito al Fondo.

Un Comitato operativo, costituito da rappresentanti dell’UE e degli altri contributori valuta e seleziona i programmi, le iniziative e i progetti più idonei, a partire dalla lotta alle disparità regionali e sociali e alla disoccupazione, verificandone i risultati.

Il Consiglio strategico e il Comitato operativo dovranno basare la loro attività sul dialogo politico con le autorità centrali, regionali e territoriali tunisine e con rappresentanti della società civile a partire dal Quartetto.

Investire sulla Tunisia e i paesi limitrofi è investire sul nostro futuro di stabilità e di pace. Non farlo significa danneggiare noi stessi.

Limitare gli aiuti o ritardarli potrebbe avere un costo di gran lunga superiore in un futuro ravvicinato, non solo finanziariamente ma anche in conflitti, vite umane, distruzioni, consolidamento e diffusione del terrorismo, come la recente storia insegna. Un tracollo della Tunisia avrebbe anche conseguenze nefaste per la stessa sicurezza e stabilità europea.

È dunque nel nostro interesse, italiano ed europeo, intervenire con investimenti adeguati e risoluti di cooperazione con la Tunisia. E occorre farlo subito.

Roma, 5 Febbraio 2016 (rev. 3.3.2016)

 

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza: dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo; nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano.