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ONG
03 Mag 2017

SALVARE VITE UMANE È UN CRIMINE?

Stiamo forse entrando nell’era della criminalizzazione della solidarietà? Non sarebbe la prima volta nel nostro Occidente pur basato sui valori cristiani e illuministici. Sta succedendo che il povero, il bisognoso, il diverso, tutti coloro che bussano alla nostra porta chiedendo aiuto non sono visti come persone, con la propria dignità umana, ma come problema e fastidio. Si avanzano ragioni di sicurezza, di ordine pubblico, di salute, di difesa della comunità e del suo benessere, di decoro: tutto, pur di coprire l’incapacità propositiva delle istituzioni, alimentando e cavalcando quelle paure che richiederebbero analisi approfondite, risposte e rassicurazioni.

Le reazioni all’immigrazione sono il segnale più inquietante. È allarmante la superficialità, oltre che della politica, di molti giornali e tv che tendono a vagliare, dosare, omettere notizie per comunicare soprattutto conflittualità e problematicità sociale fino ad assumere posizioni ostili e criminalizzanti, oltre la verità dei fatti. Questa tendenza è andata peggiorando, fino a legittimare la diffusione di ‘verità’ costruite o di falsità incorniciate in spezzoni di verità. La voce degli immigrati e rifugiati rimane invece sempre limitata e spesso contenuta in contesti narrativi negativi e litigiosi. La ‘post-verità’ dei social sta ulteriormente ampliando questo trend, con ‘post’ e commenti che non hanno limite nella loro aggressività contro ogni diversità sociale o di pensiero.

Sembra che si stia andando oltre l’insensibilità, oltre la “globalizzazione dell’indifferenza” e la “cultura dello scarto”, come ci ripete Papa Francesco. Siamo ormai vicini alla criminalizzazione della solidarietà. A Ventimiglia un’ordinanza punisce chi cerca di “dar da mangiare agli affamati” e “vestire gli ignudi” che cercano di emigrare in Francia dove spesso hanno parenti che potrebbero ospitarli. Le Ong, in particolare, sono ciclicamente attaccate, mettendo in dubbio il loro lavoro di solidarietà contro le ingiustizie, la povertà, la fame, di formazione, di sviluppo, di aiuto umanitario in situazioni di guerra e di grandi sofferenze. Basta poi che, tra le decine di migliaia, una di esse sbagli e tutte diventano sospette, inutili, inefficaci. Senza conoscerle e senza conoscere le loro attività c’è perfino chi le accusa di essere interessate al mantenimento della povertà e delle guerre per garantire “il loro business”. Si tratta di uno stravolgimento della realtà, che ciclicamente si ripete. Per fortuna senza riuscire ad intaccare la tenacia e la spinta ideale di molti uomini e donne, volontari, tecnici, professionisti che fanno dell’incontro, della generosità e del dono lo scopo della loro vita, ovunque sia il bisogno.

A marzo, il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha parlato di possibili ‘crimini’ delle Ong che soccorrono in mare le persone che rischiano la vita. Anche un blogger ha postato un video con analoghi interrogativi sui salvataggi, ottenendo un’ampia diffusione. Prima ancora, il rapporto Risk Analysis 2107 di Frontex ha ipotizzato contatti diretti tra gli scafisti e le navi di soccorso, che farebbero “da taxi per i migranti” e che le morti in mare siano da imputare alla presenza delle navi umanitarie delle Ong e non alla progressiva scomparsa delle attività di ricerca e soccorso dell’UE.

Il procuratore di Catania, in una sede istituzionale quale il Parlamento, ha poi denunciato sia dubbi sulle loro fonti di finanziamento sia un imprecisato intralcio all’attività di contrasto al traffico di migranti, dichiarandosi pronto ad aprire un’inchiesta “appena si verificheranno violazioni”. Ovviamente lo fa con tutte le prudenze del caso ma lasciando intenzionalmente trapelare forti sospetti di misfatti e crimini nelle azioni di salvataggio delle Ong, senza peraltro mai fornire alcun dato certo.

Avendo fondato e diretto per due decenni una Ong umanitaria capisco che non tutti possono comprendere cosa rappresenti per noi l’imperativo umanitario, il dovere assoluto di soccorrere. Ma in questo caso mi domando perché la magistratura non chieda di poter parlare con tali Ong per avere informazioni e chiarimenti. Troverebbe porte aperte e piena disponibilità, dato che la trasparenza è uno dei punti cardine di un’organizzazione non profit. Si è invece preferito portare in Parlamento – e quindi ai media –  supposizioni e dietrologie (guarda caso, funzionali ad una precisa visione dell’ “invasione” migratoria), senza alcun fondamento e alcuna prova, provocando un danno di immagine alle Ong e subendo una inevitabile e prevedibile strumentalizzazione politica. Il procuratore aggiunto di Palermo, Maurizio Scalia, che si occupa da anni di migranti e tratta di esseri umani, in una recente intervista si mostra più prudente: “In che modo si potrebbe configurare un reato di favoreggiamento quando c’è qualcuno da soccorrere? … Quanto al concorso esterno, “entriamo nel fantagiuridico”. Rimane il fatto che ad alcuni fa scandalo che le navi umanitarie si avvicinino alle acque territoriali libiche per soccorrere e salvare vite umane.

Le risposte alle accuse da parte delle Ong non si sono fatte attendere: respingono con fermezza le affermazioni e i commenti; assicurano l’osservanza dei principi umanitari, la difesa dei diritti umani, la necessaria professionalità; chiedono che cessi ogni accusa di comportamenti illegali a meno che non sia accompagnata da prove, che vorrebbero conoscere, se mai esistessero, perché sono le prime ad esigere correttezza e trasparenza; auspicano la possibilità di un dialogo libero, corretto e aperto con le istituzioni al fine di promuovere le migliori sinergie nel soccorso umanitario in mare.

“Ci rifiutiamo di restare a guardare dal molo” si legge nei siti delle Ong che chiedono con forza anche un chiarimento da parte di Frontex. “Dopo la chiusura di Mare Nostrum, se l’Europa non ferma le stragi nel Mediterraneo ci assumiamo le responsabilità che i governi non vogliono prendersi”. Decine di migliaia le persone salvate. “Agiamo sulla base della nostra coscienza e delle convenzioni internazionali che prescrivono l’obbligo di soccorrere. Non è compito nostro esaminare la posizione dei singoli e stabilire chi abbia diritto di rimanere nel nostro paese”.

Ecco il duplice crimine: salvare vite umane andando a cercare le imbarcazioni in pericolo invece di lasciarle in balia del mare; non prestarsi a divenire agenti di polizia stravolgendo i principi umanitari e le finalità dell’umanitarismo. Sono questioni che, in altro modo, si presentano anche nelle operazioni umanitarie sulla terra ferma, in contesti di conflitto ove l’aiuto è visto come uno scudo che impedisce nefandezze nell’una o nell’altra parte. Solo l’impedimento fisico, null’altro, può fermare la spinta umanitaria. Almeno finché rimarrà un’umanità degna di questo nome.

Nell’aiuto umanitario, così come nelle azioni di sviluppo, le Ong sono abituate ad interrogarsi e a valutare le situazioni. Una riflessione e un’attenta analisi devono quindi essere fatte anche sui doverosi soccorsi in mare e sulle modalità attuative, affinché non producano l’effetto negativo di un involontario aiuto ai trafficanti di esseri umani che ne approfittano per aumentare i loro crimini, organizzando l’arrivo massiccio di migranti, lucrando su viaggi insicuri e sempre più rischiosi, provocando di conseguenza un maggiore numero di possibili morti. Più di tredicimila, da quel terribile 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa, rappresentano una carneficina che deve interrogarci quotidianamente e farci riflettere.

Se questo è il tema e non la pretesa subalternità a decisioni dettate da scelte disumane, allora le Ong sono aperte alla collaborazione istituzionale, come è sempre avvenuto, in un dialogo rispettoso, aperto e costruttivo, senza prevaricazioni e senza strumentalizzazioni.

(Scritto l’8 aprile 2017 per il numero di Maggio della rivista “Popoli e Missione”).

 

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza: dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo; nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano.