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17 Gen 2017

IMMIGRAZIONE E ASILO DAL PIANO DEL VIMINALE AL PROGRAMMA DEL GOVERNO.

Contributo per una politica complessiva e lungimirante dell’Italia ed una normativa per il governo dell’immigrazione e per chiudere la fase emergenziale

Tanto è stato studiato e scritto sul tema delle migrazioni internazionali. Negli ultimi due decenni hanno riguardato e modificato anche il nostro paese decuplicandone le presenze, assicurando dei benefici e da ultimo creando situazioni di vera emergenza umanitaria. Sono inoltre conosciute le politiche adottate dall’Ue, dagli Stati membri e dall’Italia, con le carenze, le incertezze e le contraddizioni resesi evidenti in particolare negli ultimi anni.

Ci limitiamo quindi a presentare, per punti schematici e sintetici, alcune proposte per una strategia politica governativa complessiva, non limitata quindi alla dimensione securitaria e di ordine pubblico pur importante e presente, accompagnate dall’indicazione di scelte operative e normative relative al governo dell’immigrazione per lavoro e di quella forzata da persecuzioni, eventi bellici, catastrofi e bisognosa di specifiche tutele umanitarie.

Si tratta di un contributo di riflessione e di proposta che la rete di Ong LINK 2007 intende offrire sulla base di approfondimenti e analisi fondati sulla propria esperienza di cooperazione internazionale e di aiuto umanitario e sulla conoscenza di molti dei paesi di provenienza, delle condizioni che favoriscono l’emigrazione, delle culture di tali paesi, delle aspirazioni degli immigrati, delle difficoltà che incontrano nell’inserimento e nell’integrazione, dei problemi che la loro presenza può talvolta generare nelle comunità non adeguatamente preparate ad accoglierli.

Riteniamo che si debba affrontare la materia con una strategia e visione politica di insieme, adottando misure da attuare a breve, medio e lungo termine, a seconda dell’urgenza, della complessità e delle difficoltà.  

Il testo si suddivide in due parti: la prima relativa all’immigrazione per lavoro o strutturale, la seconda relativa all’immigrazione forzata (da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali e ambientali). Speriamo che esso possa fornire elementi utili e sollecitare ulteriore dibattito e riflessione al fine della definizione di scelte e normative che trovino, su un tema così rilevante, la convergenza di tutte le forze politiche.

Roma, 17 gennaio 2017

I – L’immigrazione strutturale

⇒ Fine della fase emergenziale ed emersione

  1. Regolarizzazione di tutti coloro che lavorano o studiano in Italia. Qualsiasi strategia politica dovrà prevedere una regolarizzazione di quanti lavorano o studiano in Italia (e i familiari di primo grado) ad una certa data, o che abbiano avuto un lavoro o occasioni di lavoro nell’ultimo biennio, togliendo quindi dall’irregolarità, su base individuale, tutti coloro che sono più facilmente integrabili. Essi sono infatti già in qualche modo inseriti attraverso il lavoro o lo studio o altre attività legali anche se esercitate in modo irregolare. Occorre farli emergere, rendendoli identificati, anche con temporanei benefici fiscali per i datori di lavoro che regolarizzano. Si tratta di un provvedimento indispensabile, altrimenti non si risolve nulla e alcune centinaia di migliaia di persone continueranno a rimanere irregolari e “non visibili”, con i rischi che ne possono conseguire in termini di sfruttamento, di precarizzazione, di isolamento, di condizioni favorevoli alla criminalità, di sicurezza.
  1. Politiche attive di integrazione. Dovranno contemporaneamente essere attivate politiche che favoriscano l’integrazione, anche valutando quelle messe in atto con successo in altri paesi. Occorrerà in particolare ampliare e rafforzare i servizi generali per tutta la popolazione residente evitando, se non indispensabile, azioni a favore dei soli immigrati (asili, scuole, ambulatori, abitazioni popolari, centri culturali, sportivi e di aggregazione sociale ecc.). Sarà utile impegnare nel lavoro di integrazione anche giovani senza occupazione, compresi quelli di origine straniera, maturi e capaci, abbinando il servizio con un reddito di inclusione. – Si dovrà altresì tenere presente la dimensione religiosa come occasione di reciproca considerazione e di dialogo. In particolare, solo con il pieno riconoscimento, il rispetto e l’integrazione dei musulmani e il coinvolgimento delle associazioni che li rappresentano può essere più facilmente attuata e gestita la repressione di quanti strumentalizzano la fede a fini terroristici ed eversivi. – Sarà utile favorire e rafforzare la specificità italiana che, normalmente, non vede concentrazioni ghettizzanti di immigrati nelle realtà urbane ma piuttosto una diffusione delle presenze abitative.
  1. Minori non accompagnati. Particolare attenzione dovrà essere data ai minori non accompagnati e alla loro sistemazione prioritariamente in famiglie affidatarie o piccole comunità famigliari, considerando preminente, in ogni disposizione normativa, il superiore interesse del minore. Sarà necessario garantire l’autorizzazione ad un nuovo soggiorno almeno triennale al compimento del diciottesimo anno di età (basato su formazione/lavoro). – Quanto prima dovrà essere chiuso l’iter per l’approvazione definitiva delle legge sui minori non accompagnati, possibilmente con i miglioramenti suggeriti dalle associazioni coinvolte.
  1. Unità dei nuclei famigliari. Dovrà essere sempre favorita e incoraggiata l’unità dei nuclei familiari, non solo quelli con figli minori ma anche se formati dai soli coniugi o conviventi. L’unità del nucleo famigliare rappresenta un fattore che agevola l’integrazione. – Nelle disposizioni per la prima accoglienza (talvolta troppo prolungata nel tempo) dovranno essere bandite le separazioni forzate di coppie stabili che possono facilmente creare condizioni di sbandamento, isolamento, disadattamento con imprevedibili reazioni.
  1. Cittadinanza. Occorrerà ottimizzare e accelerare il cammino di cittadinanza, a partire dalle seconde generazioni (concludendo l’iter di approvazione della relativa legge), seguendolo e valorizzandolo, anche tramite associazioni di volontariato/servizio civile, al fine della presa di coscienza dei diritti e dei doveri; preparando e esaltando la cerimonia di formale riconoscimento della cittadinanza; rinnovando un simile momento con specifiche e significative cerimonie nelle municipalità ogni cinque anni. – L’introduzione del diritto di voto alle elezioni amministrative potrebbe rappresentare un passo importante nel cammino di integrazione e di cittadinanza.
  1. Diritti umani e non discriminazione. L’applicazione dei principi e delle norme sui diritti umani e la non discriminazione dovranno essere garantiti a tutti i livelli istituzionali insieme all’adozione di efficaci modalità per la verifica costante di tale applicazione, anche come esempio per gli immigrati al fine del pieno inserimento nella legalità e nel rispetto delle comunità e della cultura in cui si inseriscono. – Si dovrà comunque tenere presente che l’esclusione sociale e la discriminazione riguardano oggi non solo gli immigrati ma molte centinaia di migliaia di cittadini italiani. Servono quindi per tutti più efficaci politiche sociali, del lavoro, della famiglia, dell’educazione ecc. in cui inserire anche gli immigrati e i loro bisogni.
  1. Coinvolgimento dei territori. E’ necessario favorire il massimo coinvolgimento dei comuni, delle regioni e delle province autonome, insieme alle comunità, alle reti dell’associazionismo religioso e laico, gli insegnanti, gli educatori sportivi e quelli culturali, le organizzazioni imprenditoriali e le reti di imprese, le organizzazioni sindacali presenti nei territori.
  1. Ingressi regolari. E’ indispensabile ristabilire quanto prima la possibilità e le modalità per gli ingressi regolari per lavoro (anche per quote tra i principali paesi di provenienza, in particolare quelli con cui sono stipulati accordi), tenendo presenti i ricongiungimenti famigliari e le necessità del mercato del lavoro, ma anche la bassa natalità e l’invecchiamento degli italiani (che sono tra le cause del declino economico: nel 2016 l’indice di vecchiaia è stato 161,4, cioè 161,4 anziani con più di 65 anni ogni 100 giovani con meno di 14 anni; con conseguenze sull’assetto socio-economico e con un progressivo spopolamento di vari comuni). – Anche una ripresa della crescita dell’economia nei paesi europei e in Italia, dopo quasi dieci anni di crisi, potrebbe facilitare il superamento di problemi che ora appaiono insuperabili. Occorre ricordare che nel decennio precedente il raddoppio della popolazione immigrata in Italia ha assicurato notevoli benefici.
  1. Ingressi legali per chiudere quelli illegali. Occorre tenere presente che solo l’apertura di canali di ingresso legali (meglio se organizzati e accompagnati dalle rappresentanze consolari coadiuvate da esperti in migrazione e asilo o da organizzazioni professionalmente preparate) può facilitare la chiusura dei canali illegali controllati e gestiti dalle mafie. Procede con misure di polizia o militari per il controllo dei confini non impedirà l’illegalità se al contempo non si stabiliscono adeguati criteri di immigrazione regolare.
  1. Perdita del lavoro. Chi perde l’occupazione non dovrà in alcun modo essere considerato irregolare, date anche le difficoltà che caratterizzano il mercato del lavoro attuale. Si alimenterebbe solo una dinamica di irregolarità, precarietà e illegalità. Dovrà essere garantito un congruo periodo di tempo per la ricerca di un nuovo lavoro, insieme agli ammortizzatori sociali previsti.
  1. Migrazione circolare. Non dovrà essere ulteriormente sottovalutata l’importanza della migrazione circolare, che implica la possibilità di ripetuti ingressi e uscite dal territorio, che dovranno essere presi in considerazione e normati per permettere la loro regolarità in tutte quelle situazioni che trovano nella migrazione circolare la migliore soluzione lavorativa e di integrazione, spesso con un duplice effetto positivo, per l’Italia e il paese di origine.
  1. Regole precise e chiare. Ristabilire precise e chiare regole per gli ingressi – esigendone la piena ottemperanza – è una delle priorità per potere uscire dalla fase emergenziale e alquanto disordinata che l’Italia ha vissuto e per potere dare inizio ad attive, condivise ed efficaci politiche di integrazione. – Non tutti gli immigrati fuggono dalla guerra, dalle calamità, dalla fame. Occorre prenderne atto. Stabilire regole precise nel rispetto dei diritti umani e della dignità della persona è la via maestra per permettere un’adeguata accoglienza e integrazione a chi realmente ha bisogno di aiuto e protezione o risponde a necessità lavorative del nostro paese.

⇒ Modifiche legislative, coordinamento europeo e accordi internazionali

  1. Modifiche del Testo Unico. E’ ormai necessario che siano soppresse le modifiche restrittive, spesso inutilizzabili, apportate al Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione, compreso il reato di clandestinità dimostratosi inutile e controproducente, attraverso un DDL governativo che abbia un iter preferenziale nel dibattito e nel percorso parlamentare di approvazione.
  1. Coerenza delle politiche. Va cercata la massima coerenza con le politiche migratorie europee, assumendo una permanente iniziativa propositiva a livello di istituzioni europee e cercando le giuste alleanze. Trattandosi di una sfida europea con problemi e opportunità in parte simili nei singoli Stati membri, che richiedono quindi decisioni ed interventi analoghi, ci sarebbero le basi per favorire la cooperazione fra i paesi europei, se solo si riuscissero a superare, anche attraverso un’appropriata informazione, le chiusure nazionalistiche.
  1. Accordi migratori e partenariati. Dovrà essere ampliata la stipula di accordi migratori e di partenariato con i principali paesi di provenienza e di transito, con una prospettiva di lungo termine e di reciproco vantaggio, in merito al rispetto dei diritti umani, la protezione, la lotta al traffico e allo sfruttamento dei migranti, lo scambio di informazioni, la relativa formazione della polizia e delle strutture giudiziarie, le identificazioni, i rimpatri, le collaborazioni regionali, la sicurezza ecc. Meglio se tali accordi sono studiati e conclusi coinvolgendo l’UE e gli Stati membri più esposti. – Per non essere a senso unico (che sarebbe vissuto giustamente come insopportabile), tali accordi dovrebbero però contenere anche precise modalità per ingressi regolari in Italia e in Europa (preferibilmente preceduti da idonea formazione) e per l’apertura eventuale di corridoi umanitari a favore di persone in grave pericolo.

⇒ Allontanamento ed espulsione, contrasto al crimine

  1. Ritorni volontari assistiti. Dopo le necessarie verifiche e il completamento delle procedure per la più ampia regolarizzazione dell’esistente, diventa inevitabile l’allontanamento di chi non gode di alcun diritto a rimanere in Italia. Data la loro presenza sul territorio nazionale da un certo periodo dovrebbe essere più facile l’identificazione del paese di provenienza. – Occorrerà partire comunque dal ritorno volontario assistito e comunque da un sussidio da concedere in tutti i casi di allontanamento di persone presenti in Italia e non ammessi alla regolarizzazione.
  1. Allontanamento coatto. Si dovrà procedere all’espulsione con accompagnamento coatto solo per i casi di criminalità, di recidiva nella trasgressioni delle leggi, rispettando in ogni caso le convenzioni internazionali e le direttive europee e assistendo il paese ricevente nella gestione dei casi più difficili e complicati, in particolare quelli legati al terrorismo.
  1. Contrasto al traffico di esseri umani. Severo dovrà essere il contrasto alla tratta e allo sfruttamento di esseri umani, in collaborazione particolarmente con le polizie europee e dei paesi africani, mediterranei e mediorientali con cui attivare accordi, tenendo presente che talvolta le amministrazioni e le forze dell’ordine di tali paesi sono infiltrate dalle stesse mafie e organizzazioni criminali che dovrebbero combattere. – Occorrerà al contempo garantire piena tutela e protezione alle vittime dei traffici criminali, della tratta, degli abusi e dello sfruttamento, sia in Italia che nei paesi di transito con cui si stipulano gli accordi. Il contrasto dovrà riguardare anche lo sfruttamento sul lavoro.
  1. Salvare le vite senza favorire i trafficanti. Una riflessione e un’attenta analisi deve essere fatta quanto prima sui soccorsi in mare che rispondono ad un imprescindibile imperativo umanitario (e a cui l’Italia nella sua dimensione pubblica e privata ha saputo dare un’esemplare risposta) ma che stanno producendo al tempo stesso un effetto gravemente negativo: quello dell’aiuto che involontariamente viene dato ai trafficanti di esseri umani che ne approfittano per aumentare le loro azioni criminali, organizzando l’arrivo massiccio di migranti lungo le coste nordafricane, sfruttando, abusando, sopprimendo ogni libertà e dignità, imponendo indicibili sofferenze, lucrando su viaggi insicuri e sempre più rischiosi, provocando di conseguenza un maggiore numero di morti. Tredicimila morti e dispersi da quel terribile 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa rappresentano una carneficina: che deve interrogarci quotidianamente, farci riflettere, anche al fine di non abituarci.
  1. Collaborazione tra intelligence. Occorrerà rafforzare maggiormente, superando ogni tipo di difficoltà, il coordinamento e la collaborazione tra le intelligence a livello europeo, con regolare condivisione delle informazioni.

⇒ Cooperazione internazionale per lo sviluppo

  1. Ripensare e ampliare la cooperazione. E’ necessario ripensare e ampliare la cooperazione internazionale per lo sviluppo, inserendo tra le priorità la creazione di posti di lavoro stabili e dignitosi, il miglioramento delle condizioni di vita, il soddisfacimento delle aspettative formative dei giovani, lo sviluppo e il rafforzamento di istituzioni democratiche e virtuose, in una visione e programmazione di lungo periodo, considerando le dinamiche demografiche oltre che le condizioni di povertà. La creazione di opportunità di inclusione sociale e lavoro e il sostegno ai processi di democratizzazione nei paesi partner non possono essere disgiunti essendo entrambi indispensabili allo sviluppo e alla corretta gestione dei fenomeni migratori.
  1. Cooperazione e accordi migratori. I programmi e i progetti di cooperazione allo sviluppo potranno affiancare gli accordi e i partenariati migratori, in modo da valorizzare ogni possibile sinergia, ma non dovranno mai essere confusi con essi, potendo le due finalità essere complementari ma non sostitutive l’una dell’altra. Occorre severamente seguire quanto il Parlamento ha deciso in materia di cooperazione allo sviluppo, approvando la legge 125/2014 che definisce precise finalità e chiari obiettivi ed esplicita i soggetti e gli strumenti che ne garantiscono la qualità e l’efficacia.
  1. Raddoppiare le risorse. L’Italia, l’Ue e gli stati membri dovrebbero quanto prima, e nonostante le difficoltà, tendere mediamente al raddoppio delle risorse destinate allo sviluppo e agire in modo coordinato con i paesi partner per rendere efficaci e duraturi gli interventi di cooperazione. Senza deviare tali risorse facendole rientrare ai fini interni dell’accoglienza dei rifugiati, come sta purtroppo avvenendo. Le sole parole e gli inviti ai paesi più poveri e toccati dalle migrazioni non possono bastare: creare sviluppo costa, così come assicurare maggiore equità e maggior benessere e istruzione, garantire sicurezza, prevenire. Occorre prendere atto che gli attuali livelli degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo sono ben lontani dall’essere sufficienti di fronte a così ampi obiettivi. Occorrerà inoltre convincerci che questi impegni finanziari rappresentano un investimento per il futuro: dei paesi partner e nostro.
  1. Piano europeo di investimenti esteri. Il piano europeo di investimenti esteri, coinvolgente l’iniziativa imprenditoriale e finalizzato alla realizzazione di infrastrutture primarie, alla creazione di imprese, all’occupazione e allo sviluppo diffuso, con particolare riferimento all’Africa e al Vicinato (ora all’esame del PE e di prossima approvazione da parte del Consiglio) sembra essere una positiva iniziativa e dovrà essere rafforzata negli anni. Dovrà inoltre trovare attuazione in un ampio programma di cooperazione coordinata dei paesi europei, sulla base di piani di sviluppo elaborati con i paesi partner con un percorso di accompagnamento tecnico, di sostegno alle istituzioni per creare contesti favorevoli agli investimenti, lottare contro la corruzione, attuare politiche fiscali e industriali adeguate, al fine della sostenibilità ed efficacia degli interventi.
  1. Rimesse. Anche tale piano di investimenti dovrà tenere in considerazione le rimesse che gli immigrati in Europa inviano nei propri paesi di origine (nel 2015 più di cento miliardi di euro; dall’Italia 5,3 miliardi). Si stima infatti che almeno il 20% delle rimesse possa essere incanalato in programmi di investimento e di sviluppo.
  1. Co-sviluppo. Il transnazionalismo degli immigrati, che mostrano spesso una spiccata iniziativa imprenditoriale investendo sia qui che nei propri paesi di origine – pienamente integrati, quindi, pur mantenendo legami stretti con le comunità di origine – può favorire iniziative di co-sviluppo a livello territoriale, coinvolgenti comunità immigrate e pubbliche amministrazioni in Italia e comunità e amministrazioni pubbliche nei territori di origine, ad interesse reciproco e come segnale di rispetto, dialogo e collaborazione a pari dignità. Accordi quadro di partenariato tra le due amministrazioni regionali potrebbero favorire specifici accordi di cooperazione coinvolgenti le realtà economiche, culturali, imprenditoriali, sociali dei due territori, a reciproco vantaggio e a maggiore integrazione delle comunità immigrate.

II – L’immigrazione forzata (da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali e ambientali)

⇒ Vale molto di quanto detto sopra, con alcune ulteriori specificità:

  1. Prevedere un più forte e attivo ruolo politico europeo e internazionale nella prevenzione e gestione dei conflitti e nel favorire il dialogo politico, la stabilità, la pace, lo sviluppo democratico, eliminando le cause di discordia che fomentano le guerre, a partire dalle ingiustizie, ed evitando iniziative politiche spinte da interessi nazionali, dimostratesi spesso avventuristiche e generatrici di ulteriori problemi e divisioni. Il ruolo attivo dell’Ue dovrà inoltre riguardare i cambiamenti climatici che nel prossimo avvenire possono spingere intere popolazioni verso nuovi spazi di sopravvivenza.
  1. Applicare, senza mai rinunciarvi e con la massima coerenza, le norme sul diritto di asilo e sulla protezione definite a livello Ue e a livello internazionale, oltre a quelle sui diritti umani e la non discriminazione. Prevedere organi di verifica indipendenti di tale applicazione.
  1. Seguire e potenziare con una più regolare programmazione la via, positivamente sperimentata, dei corridoi umanitari che garantiscono ingressi legali e assistiti assicurando dignità alle persone in estremo bisogno di protezione.
  1. Identificare forme di accoglienza dignitosa, umana, rispettosa, ospitale (con possibilità di corsi di italiano per adulti e minori, educazione civica, informazioni, partecipazione a servizi comunitari ecc.) in attesa del completamento dell’esame della domanda di asilo o protezione che non dovrebbe superare i tre mesi.
  1. Accelerare quindi, anche con il rafforzamento delle Commissioni territoriali, l’esame delle pratiche di ogni singolo richiedente protezione internazionale, secondo procedure coerenti con le convenzioni internazionali e uniformi in tutta l’Unione Europea. Tali procedure comuni dovrebbero riguardare anche i diritti e le condizioni di vita da garantire a coloro a cui sarà riconosciuto il diritto alla protezione e all’asilo: ciò eviterebbe la corsa dei richiedenti protezione verso i paesi che garantiscono migliori condizioni, come avviene oggi, e potrebbe facilitare la ripartizione tra gli Stati membri.
  1. Tenere presente che finché non saranno attivati canali di ingresso regolare in Italia per lavoro le Commissioni territoriali rimarranno costrette a sovraccarichi di lavoro per l’esame di casi che tentano di presentarsi come aventi diritto alla protezione grazie a storie di vita inventate e non verificabili. Con conseguenti perdita di tempo, rallentamento del lavoro, crescenti dubbi e sospetti sui veri rifugiati, accoglienze di chi non ne ha diritto. Anche per questo la possibilità di ingressi regolari, seguendo precisi criteri, va attuata quanto prima.
  1. Distribuire sul territorio nazionale le presenze dei rifugiati e dei beneficiari di protezione sussidiaria e umanitaria, d’intesa con le autorità regionali e dei 7983 comuni italiani e premere senza sosta per la ripartizione dei rifugiati con altri paesi europei e extraeuropei (in quest’ultimo caso tramite i servizi dell’UNHCR e dell’OIM). Occorre ricordare che l’accoglienza per es. di un milione di persone rappresenterebbe lo 0,2% dell’intera popolazione europea. Si tratterà quindi sempre di quantità che possono essere gestite senza traumi e anche utili all’Europa se solo ci fosse un normale spirito collaborativo e solidaristico tra gli Stati membri, evitando al contempo di peggiorare la crisi dell’Unione europea.
  1. Dare valore al riconoscimento del diritto di asilo e dello status di rifugiato. Tale riconoscimento dovrebbe essere vissuto come atto di alto valore politico, culturale, sociale, partecipato dalle comunità di accoglienza. Aiuterebbe anche a superare pregiudizi e ossessioni. Esso continua invece a rimanere un atto puramente burocratico, il cui valore non appare nella sua giusta dimensione. Sarebbe utile istituire in ogni regione una solenne cerimonia due volte l’anno in cui viene consegnato formalmente ai richiedenti protezione tale riconoscimento, esaltandone il significato e i diritti e doveri che esso comporta. Stabilendo che a turno i ministri o viceministri e sottosegretari vi partecipino, coinvolgendo i territori e le comunità, dialogando con i rifugiati neo-riconosciuti.
  1. Prevedere la possibilità di centri di vera accoglienza/assistenza per chi ha ottenuto lo status di rifugiato o la protezione, diffusi sul territorio, piccoli e gestibili, a livello familiare o di piccole comunità, fino a quando non si presenti un’opportunità di lavoro e di sussistenza autonoma. Dovrebbe trattarsi di piccole realtà Sprar (di quel ‘Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati’ che ha dato buoni risultati) da pensare insieme all’Anci, alla Conferenza delle regioni e delle province autonome e da realizzare in accordo con i Sindaci. Ong esperte nell’accoglienza dignitosa dei profughi in aree di conflitto o di calamità potrebbero forse apportare competenze nella gestione e nell’organizzazione delle attività.
  1. Considerare i centri come luoghi dove gli ospiti non devono sentirsi meri beneficiari passivi degli interventi predisposti in loro favore, ma protagonisti attivi del proprio percorso di accoglienza e di inclusione sociale. Occorrerà prevedere la continuazione dei corsi di lingua e di educazione civica; inculcare il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni del paese che accoglie; favorire l’inserimento scolastico; preparare l’inserimento lavorativo con momenti di formazione professionale in accordo con le imprese e le associazioni di impresa; aprire alla possibilità di inclusione nel servizio civile nazionale. In cambio dell’accoglienza/assistenza e di un indispensabile contributo di sostentamento è bene che siano richiesti compiti comunitari e servizi di pubblica utilità sociale. Si dovrà riuscire a valorizzare chi possiede specifiche professionalità o risponde a necessità lavorative nel territorio.
  1. Incentivare anche l’esperienza dell’accoglienza da parte delle famiglie, italiane o immigrate, selezionate, verificate e accompagnate, prevedendo la corresponsione di una retta per vitto e alloggio. Anche le diaspore più integrate potrebbero divenire (come in parte già lo sono) importanti attori dell’accoglienza.
  1. Rivedere i criteri, generalmente troppo tecnicistici, che guidano la finalizzazione della progettazione sociale, alimentata con fondi italiani ed europei, relativa all’accoglienza e all’integrazione. La richiesta di progettazioni infarcite di formulari sempre più complessi esclude spesso soggetti con grande esperienza operativa e capacità di impatto sulla popolazione, come esclude attive e organizzate associazioni di immigrati, favorendo anche un crescente affidamento a strutture pubbliche a scapito delle organizzazioni sociali.
  1. Accompagnare e sostenere l’inserimento sociale e lavorativo dei rifugiati, affinché possa diventare, come in altri paesi europei, un rilevante fattore di crescita del Pil e dell’economia italiana. Occorre anche tenere presente che di fatto i flussi umanitari hanno in parte preso il posto dei flussi programmati nei decreti annuali: il che impone di considerare questi profughi, oltre che persone da accogliere con le dovute tutele, anche come la nuova forza lavoro, così come lo sono anche i flussi per ricongiungimento familiare.
  1. Non tollerare comportamenti illegali, devianti, faziosi, violenti, che creano conflitti, sia da parte di rifugiati che da parte di cittadini. Occorre favorire una cultura dell’accoglienza, dell’ascolto, dell’approfondimento (informando correttamente e in modo veritiero), in una stretta collaborazione tra cittadini e istituzioni, puntando sulle associazioni territoriali o gli stessi immigrati da tempo inseriti che possono favorire questo dialogo.
  1. Tenere in seria considerazione le paure della gente ed intervenire (con le modalità più opportune, le informazioni e spiegazioni, il dialogo, la mediazione dei soggetti più idonei) per sedarle e soprattutto evitare che si trasformino in panico difficilmente controllabile. In questo occorre coinvolgere fortemente municipalità, comunità, parrocchie, associazioni imprenditoriali e sindacali, centri culturali e sociali, giovani, educatori, comunità immigrate e già integrate ecc.
  1. Prendere coscienza della necessità di un maggiore investimento sull’azione di sensibilizzazione della popolazione. Informare, far conoscere la realtà nella sua effettiva dimensione con gli aspetti positivi e le criticità, preparare all’accoglienza, comunicare in modo convincente ed efficace, evitando il rischio di rigetto anche delle scelte e degli obiettivi più condivisibili.

⇒ Per chi non avrà diritto all’asilo o alla protezione

Vale quanto indicato per l’immigrazione strutturale, con alcune specificazioni:

  1. Allontanare dal territorio chi non avrà alcun diritto all’asilo o alla protezione anche dopo l’esito negativo dei ricorsi e l’eventuale verifica delle possibilità di regolarizzazione per lavoro. Nell’attesa dell’attuazione del provvedimento (attesa che deve essere comunque breve) sembra adatta la collocazione nei Cie, centri di identificazione ed espulsione. Essi dovranno però essere di piccola dimensione e gestiti con criteri di umanità nel pieno rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, distribuiti sul territorio nazionale, con un chiaro e definito regolamento interno e con supervisione e controllo indipendenti sulla sua applicazione. Per non fare confusione con l’infelice esperienza del passato sarebbe bene chiamarli in modo diverso. I grandi Cie che sono esistiti finora dovranno essere smantellati perché si sono dimostrati fallimentari, inutili e perfino disastrosi per i diritti umani.
  1. Procedere sempre con il pieno coinvolgimento e la piena responsabilizzazione dei prefetti, questori, sindaci, presidenti di regione e di provincia autonoma, in modo coordinato. La gestione dei Cie (ripensati e ridimensionati, quindi, e possibilmente diversamente nominati) potrebbe essere affidata alla Croce Rossa, con personale appositamente preparato, con la sorveglianza discreta di specifiche forze dell’ordine.

⇒ Ripensare la politica comune europea

  1. Ripensare e definire senza ritardi la politica comune dell’UE su tutta questa materia e il coordinamento e la collaborazione sia nell’accoglienza dei rifugiati che nelle espulsioni, eventualmente attraverso lo strumento della cooperazione rafforzata prevista dal Trattato Ue e da quello sul funzionamento dell’Ue. In questo modo si potrà più facilmente elaborare/migliorare/adattare la normativa italiana in materia di rifugio e protezione con: procedure di ingresso per i richiedenti asilo e per i corridoi umanitari, anche al fine di controllare i flussi, impedendo/limitando quelli irregolari; politiche di redistribuzione; respingimenti; rimpatri.
  1. Convincerci e convincere la pubblica opinione che innalzare muri significa incoraggiare forme ancora più sofisticate e pericolose di traffici di esseri umani. L’illusione di aver risolto il problema degli ingressi contrapponendosi a qualsiasi forma di ripartizione solidale europea dei rifugiati, oltre ad esprimere una visone pericolosa delle relazioni tra gli Stati membri, si scontrerà presto con una maggiore diffusione dell’illegalità, della criminalità e della corruzione. L’immigrazione può essere regolata e ognuno dovrà fare la propria parte. E’ inutile invece pensare di poterla fermare.

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Il documento è stato elaborato da Nino Sergi, Policy Advisor di Link 2007, ed è stato condiviso con le altre Ong della Rete che l’hanno perfezionato con i loro contributi (Gennaio 2017).

LINK 2007 – COOPERAZIONE IN RETE” promuove forme attive di collaborazione e coordinamento tra le Ong aderenti e contribuisce, con le altre reti di Ong, i soggetti impegnati nella cooperazione internazionale allo sviluppo e nelle emergenze umanitarie, le istituzioni nazionali, europee ed internazionali, a promuovere e affermare la coerenza delle politiche,  la qualità e sostenibilità degli interventi, l’efficacia dello sviluppo e dell’azione umanitaria, la consapevolezza dell’interconnessione dei problemi mondiali.

La Rete è formata dalle Ong: CCM, CESVI, CIAI, CISP, COOPI, COSV, ELIS, MEDICI CON L’AFRICA CUAMM, GVC, ICU, INTERSOS, LVIA, WORLD FRIENDS.

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza: dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo; nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano.